Don Carlo Carlevaris (1926 - 2018)

Uno dei primi preti operai italiani. Tra i fondatori del Centro Studi Bruno Longo di Torino, lo ha appassionatamente diretto dal 1985 al 2000 e ha continuato a occuparsene ancora per alcuni anni successivi.
L a morte di don Carlo Carlevaris, tra i primi sacerdoti in Italia a lavorare dentro gli stabilimenti (licenziato dalla Fiat, assunto da un’azienda metalmeccanica dell’indotto, sindacalista), riporta alla ribalta la scelta del Concilio nonché la ricchezza ecclesiale e sociale di Torino sotto la guida del cardinale Michele Pellegrino.
Tra i primi preti operai in Italia e protagonista fuori dagli schemi della Chiesa del Novecento, don Carlo Carlevaris è morto all’alba del 2 luglio 2018, a 92 anni, nella Piccola Casa della Divina Provvidenza di Torino, nello stesso luogo dove era stato ordinato quasi settant’anni fa. Viceparroco, cappellano del lavoro, poi operaio in un’industria metalmeccanica e sindacalista, ma anche prete impegnato nella solidarietà in Sud America, don Carlevaris appare eccezionale per le sue scelte spesso controcorrente. Eppure, nel suo tenace dialogo con la società moderna e la faticosa fedeltà al messaggio del Vangelo, si rispecchiano molte vicende della Chiesa italiana del Novecento.

Chi è stato don Carlo

TUTE BLU E VANGELO, QUANDO LA CHIESA ENTRÒ IN FABBRICA

Di Marta Margotti

(tratto da www.famigliacristiana.it, articolo del 4 luglio 2018)
Don Carlo Carlevaris (1926 - 2018), uno dei primi preti operai italiani.
Qui in una immagine del 2012 a Busca (Cuneo). Foto di Simone Pizzinga.

Biografia


Carlevaris, nato in provincia di Cuneo nel 1926, si trasferisce ancora bambino con la sua famiglia a Torino, dove frequenta i corsi di avviamento professionale e poi entra nel seminario del Cottolengo. Dopo la sua ordinazione nel 1950 è inviato viceparroco in provincia, dove conosce da vicino le condizioni pericolose in cui lavorano i giovani operai. Questa sua preoccupazione lo avvicina al piccolo gruppo dei “cappellani del lavoro” della diocesi torinese, ovvero i sacerdoti che, con l’autorizzazione delle direzioni aziendali, possono circolare nei reparti per parlare con i lavoratori e garantire l’assistenza spirituale. Carlevaris è inviato alla Lancia, alla Michelin e alla Fiat Grandi Motori, dove stringe contatti soprattutto con i più giovani; anche per questo è nominato assistente del Movimento Lavoratori della Gioventù di Azione Cattolica.

Le sue scelte in difesa dei diritti degli operai lo mettono però più volte in contrasto con i datori di lavoro e fanno scattare i primi provvedimenti contro il giovane prete: su pressione della direzione della Fiat è sollevato dall’incarico nell’Azione Cattolica nel 1959 e, tre anni dopo, insieme a un altro cappellano del lavoro, don Toni Revelli, è espulso dalla Fiat. La loro colpa è aver solidarizzato apertamente con le ragioni dei lavoratori, rompendo la linea di estrema cautela adottata generalmente dalla Chiesa, anche a Torino.

Nel 1965, il clima però cambia.


Il Concilio Vaticano II, iniziato da Giovanni XXIII e portato a termine da Paolo VI, permette ai preti di lavorare manualmente, superando le precedenti condanne del Sant’Uffizio. Anche a Torino qualcosa si muove. Padre Michele Pellegrino, professore di patristica all’Università statale di Torino, è inaspettatamente nominato vescovo e Carlevaris chiede e ottiene di ritornare in fabbrica, questa volta però con la tuta dell’operaio, continuando a rimanere prete. Non è il primo sacerdote a lavorare in Italia come operaio salariato. Prima di lui, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, per poco tempo due preti toscani, don Sirio Politi e Bruno Borghi, hanno lavorato, ma sono obbligati a smettere dopo la condanna vaticana del 1959 che dichiarava incompatibile il lavoro manuale e il sacerdozio. Don Carlevaris conosce direttamente quelle esperienze e ha incontrato i preti francesi che avevano iniziato già durante la guerra tale contestata forma di ministero. Nel 1967, don Carlo entra così alla Lamet, un’azienda metalmeccanica che produce stampi, dove rimarrà a lavorare per vent’anni. E sarà una decisione definitiva.
Vuole essere “come gli operai”, facendo una precisa “scelta di classe” e mantenendo una profonda ispirazione cristiana. Le polemiche non tardano ad arrivare, in fabbrica e nella Chiesa. La sua partecipazione agli scioperi e l’impegno sindacale nella Cisl provocano tensioni ricorrenti con i datori di lavoro, ma anche con quella parte della Chiesa che guarda con diffidenza i preti operai, sospettati di essere pericolosi puntelli ai partiti e ai sindacati di sinistra.

La testimonianza del Vangelo, per Carlevaris, non può essere divisa dalla lotta con gli operai: l’impegno contro le diseguaglianze, per la giustizia e per la pace ha una dimensione chiaramente politica, ma ha anche un’origine profondamente cristiana, prossima alla radicalità di donazione a ogni uomo e a ogni donna vissuta da Gesù.

Nel gruppo dei circa duecento sacerdoti al lavoro in Italia, Carlevaris diventa anno dopo anno una presenza ascoltata, ma anche voce criticata da altri preti che come lui hanno fatto la “scelta di classe” perché il compagno torinese, nonostante tutto, non intende rompere i ponti con la Chiesa e con i vescovi.

Il cardinal Pellegrino gli conserva la fiducia, malgrado le critiche sollevate in diocesi dalle sue scelte. Don Carlo intercetta il desiderio di cambiamento che si diffonde a Torino, nella Chiesa e in città. Intorno a lui alcuni giovani e seminaristi si ritrovano tutte le settimane per discutere e celebrare messa nella sua piccola mansarda abbarbicata sui tetti del quartiere di San Salvario.

Collabora attivamente per preparare i materiali che nel 1971 saranno alla base della discussa lettera pastorale di Pellegrino Camminare insieme, con il suo deciso richiamo alla libertà, alla giustizia e alla fraternità. Insieme ad altri preti e laici dà vita alla GiOC, la Gioventù Operaia Cristiana, che in alcuni quartieri popolari di Torino e poi in altre città propone agli apprendisti un cammino di fede e di forte impegno sociale.

Quando smette di lavorare, a sessant’anni, continua a guardare avanti. E ad andare oltre. Viaggia a lungo, soprattutto in America Latina, per seguire i progetti di sviluppo promossi da Come Noi, associazione fondata da un gruppo di amici per lanciare iniziative di solidarietà basate sull’auto-promozione delle popolazioni locali.

Nelle stanze del Cottolengo, dove l’avventura sacerdotale di Carlo Carlevaris era iniziata quasi settant’anni fa, si è chiuso idealmente il cerchio della sua esistenza: prete del Novecento e cristiano del futuro, Carlevaris è vissuto senza tradire e senza tradirsi, con fatica, ma anche con la passione testarda per ogni persona che ha incontrato, fedele sino alla fine al Vangelo e alla classe operaia.

Un bilancio della sua vita


Dai viaggi in Sinai e in Terra Santa (1995-1999)

OMELIA TENUTA IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO DI SACERDOZIO

Dalle letture che abbiamo ascoltato traggo tre considerazioni:

1. Pietro non usa né oro né argento per aiutare lo storpio a camminare, ma si affida unicamente all’azione di Dio e alla fede (At 3, 1-10);
2. Paolo ci ricorda di essere stato il Saulo, persecutore, e che, per aver ascoltato la parola del perseguitato Gesù, sceglie di iniziare un nuovo ministero senza neppure consultare e attendere l’autorità degli Apostoli, fidandosi soltanto di Lui che lo invia ad un popolo nuovo, diverso, … ai pagani (Gal 1, 11-20);
3. Infine, il Vangelo indica nell’amore per Lui la sorgente per la forza dell’annuncio, il coraggio del pastore e la saggezza di chi si lascia guidare dal suo amore e dalla sua parola (Gv 21, 15-19).

Questo mi pare il senso delle letture da condividere con voi, che ringrazio per essere qui con me a ringraziare il Signore.

Il 29 giugno di 50 anni or sono uscivo dalla porta del numero 14 di via Cottolengo per andare in Duomo per diventare prete. Lasciavo la Piccola Casa che mi aveva accolto a 13 anni, quando avevo bussato a quella porta domandando alla suora: “È qui che si studia da prete e che non costa niente?”. La stessa domanda la posi a don Borsarelli, il superiore che era venuto in parlatorio a ricevermi, come egli ricordò il giorno della prima Messa celebrata qui, undici anni dopo, nella corsia delle suore ammalate.

Credo di dover molto a chi mi aveva dato quella indicazione perché quanto ho fatto, soprattutto quello che sono stato dopo, nella vita, credo abbia le sue radici qui, al Cottolengo. Il Cottolengo mi ha segnato profondamente: siamo qui per questo motivo.
Un prete senza comunità territoriale può essere prete di gente di ambienti diversi, dello spazio che occupa nella vita, di quanti incontra nel suo cammino.
Voi siete qui, in questa comunità senza i confini stradali di un borgo, di una parrocchia. Con molti di voi mi sono incontrato fuori dalla struttura tipica della chiesa: per taluni anche ai margini di una fede non condivisa.
Paolo, Adriano, Maria sono venuti per partecipare a questa mia festa perché sono contenti di essere oggi qui con me, non perché credenti nei dogmi e nelle verità della chiesa, ma perché amici con cui abbiamo fatto strada.
Don Michele Do definisce l’amicizia come un sacramento. L’amicizia è stata determinante in taluni momenti dalla mia vita. Quando, in circostanze particolari, mi pareva di non reggere più la fatica di essere prete, Mario, Giovanni, Gianenrico mi ricordarono la frase di Cardijn che io avevo ripetuto loro nei momenti dell’impegno che emargina, che sfianca per l’incomprensione, per la condanna: “Fiorisci dove il Signore ti ha piantato”. Per loro era stato l’impegno sindacale, politico, di quartiere: per me la fabbrica, la chiesa, il presbiterio.

Nel comunicare al superiore della Piccola Casa la mia decisione di uscirne, al termine degli studi, per mettermi a servizio della diocesi, don Chiesa mi disse: “Vai fuori, tu farai tanto bene nel mondo: quella è la tua Piccola Casa”.

Quando più tardi entrai alla Grandi Motori...


Quando più tardi entrai alla Grandi Motori, alla Lancia, alla Michelin, da prete, cappellano del lavoro, incontrai alcuni amici che sono qui oggi. Quello era il mondo di cui il Padre del Cottolengo mi aveva parlato. Me ne resi conto presto. Un mondo difficile, spigoloso, spesso ostile che dovevo fare mio: là doveva cestire il seme per fiorire.

Avevo le mani nude, non avevo nulla da dare. Non era il mondo della beneficenza, era il mondo della fatica, dello scontro, dell’affermazione del diritto di lavorare, di vivere.

Anch’io sentivo come Pietro di non avere né oro né argento: potevo solo dare il mio rispetto, la mia comprensione, il mio ascolto; potevo solo dire: “Alzati e cammina, non lasciarti dominare né dalla ideologia, né dalla prepotenza del padrone”.

Qualcuno prese la mia mano: Luciano che è qui oggi, Carlo, Giuseppe che divennero amici, che passavano nascostamente nei reparti i foglietti delle nostre riflessioni, attenti perché i sorveglianti non si insospettissero.
Alla Michelin, Lucia sfidava le compagne staccandosi dalla catena dei tubolari-ciclo per venirmi a salutare; l’ing. Palatini mi aspettava all’uscita per portarmi a pranzo da lui ed evitarmi il baracchino che avevo in borsa.

“Fiorisci dove il Signore ti ha piantato”.

Per alcuni preti il mondo della fabbrica, come operai, è stato il campo in cui ricominciare a seminare. Era stato indicato loro nell’incontro con chi aveva scelto di essere giardiniere di un terreno arido e nudo in terra francese. I preti operai di Parigi, di Marsiglia furono la voce che ci rivelò quella del Signore sulla nostra strada.

Ci sono chiamate misteriose del Signore che fanno “scendere da cavallo” e cambiare sentiero. Spesso senza avere il tempo che le autorità della chiesa ne prendano coscienza: a volte esse sono “a Gerusalemme” e tu sei lì con l’urgenza nel cuore, provocata da quelle folle che manifestano per la strada, che chiedono lavoro, salario, dignità, giustizia.

E ti interroghi: “Da che parte stare, con chi fare cammino?”.

Vivere nel mondo operaio, nel lavoro, e attraverso la vita dei compagni, significa recuperare ciò che in essi vi è di fierezza, ma anche di sofferenza, di alienazione e di aspirazione ad un più grande rispetto della loro dignità.

Il lavoro manuale dipendente segna profondamente sul piano fisico e a livello di sensibilità, di cuore, di spirito, del modo di pensare. È un’esperienza di spoliazione spirituale e culturale attraverso la quale il prete rinuncia alla sua “notabilità” che è sovente attaccata al suo ministero.
Contemporaneamente, a volte, vive la sensazione di essere strumentalizzato: l’umiliazione, la paura, l’incomprensione dei tuoi e di loro.
Ma è anche il luogo di una presenza gratuita che si esprime solo con l’amore, attraverso il dialogo semplice e nutrito della vita quotidiana, dove si tessono legami di solidarietà, di presa di coscienza della dignità dell’uomo, e della necessità di organizzarsi per farla rispettare.

Il riferimento spirituale


Il riferimento spirituale che sta al di sotto di questo cammino del prete nel mondo operaio attraverso la condivisione, è il mistero dell’incarnazione, il mistero di Dio che prende l’iniziativa di raggiungere l’uomo per dirgli il suo amore, per liberarlo: “Farsi uomo per la sua salvezza”.

Se il prete è ordinato nella chiesa per essere garante di questa passione di Dio per l’uomo, è naturale che egli cerchi di manifestarla, farla conoscere anche a coloro ai quali la chiesa pare lontana, estranea al loro universo.

Il prete, più di ogni altro credente, deve essere abitato da questo senso dell’incontro dell’uomo, di tutti gli uomini, nello spazio e nel tempo in cui si gioca la loro liberazione e la loro salvezza.

Dall’interno del lavoro, il prete operaio ha preso coscienza dolorosamente della distanza tra la chiesa e la classe operaia. Come credente fa l’esperienza della solitudine; incontra pochi lavoratori che abbiano un legame con le comunità ecclesiali o che si riferiscano esplicitamente a Dio. Gli avvenimenti della chiesa non hanno che una debole eco e sono, a volte, interpretati come complicità con i responsabili dell’ingiustizia.
È in questo contesto che il credente, il prete operaio, è testimone del Vangelo. Egli sa che è soltanto con la sua vita che può portare in qualche modo la “Buona notizia” ai suoi compagni: i fatti vissuti insieme e i gesti quotidiani sono il solo strumento di percezione per molti compagni di strada.

Non ha tuttavia la coscienza di essere in un deserto, perché la vita dei poveri, degli operai è ricca di valori vissuti, attraverso i quali si manifesta l’uomo-creatura di Dio, uscita dalle sue mani, creata da Lui.
Sono i segni di Dio nella carne dei poveri, dei deboli, degli sfruttati.

Ecco i miei cinquant’anni, gli anni dei preti operai, di impegno nella GiOC, nel sindacato, nel Consiglio di Fabbrica, nelle strade di San Salvario, nelle Equipes Notre-Dame, nel movimento dei Cristiani nel Mondo Operaio, della porta aperta del giovedì.
Un percorso con pochi strumenti:
  • “né oro, né argento”;
  • in un campo, in un ministero nuovo, non programmato, al di fuori delle strutture tradizionali, in lunghi momenti ai confini dell’istituzione: “giù da cavallo”;
  • con un solo desiderio e bisogno: per capire, condividere, voler bene e il bene di quella fetta di umanità che è ancora l’anello debole delle nostre società capitalistiche.
Ho accettato questo incontro:
  • qui al Cottolengo, a cui devo l’amore per i poveri;
  • con voi, amici e compagni di strada che mi avete aiutato, confortato, sostenuto nel cammino;
  • con l’aiuto di Dio che credo abbia faticato a tenermi sulla buona strada.
Dai viaggi nei Paesi del Terzo Mondo

Infinite volte mi ha domandato, come Gesù a Pietro, se lo amavo ancora, perché credo che Lui mi volesse confermare che il mio posto era là, tra questa gente: a Pietro come pastore, a me oggi come compagno di avventure e di amore con tutti voi, con tutti quelli che credono nell’uomo immagine di Dio e oggetto del nostro e suo amore.

Questa Eucarestia è dunque il mio ‘grazie’ qui, al Cottolengo; a voi, amici; a Dio, troppo buono con me.

Deo gratias.
Torino, Piccola Casa della Divina Provvidenza, 29 giugno 2000.